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pete-sunde.png  di Stefano Bocconetti

da "il manifesto" del 28 aprile 2015

Internet. Pete Sunde, fondatore dell’originaria «Pirate Bay» e di Flattr, ammette il fallimento «moderato» del partito pirata in (quasi tutta) Europa. Ma la lotta per la creatività e la cultura libera continua, «incendiando» e «hackerando» ciò che resta della sinistra.

Con­tano le parole, certo. Ma forse in que­sto caso conta di più capire chi le ha dette. La frase in ogni caso non si pre­sta ad equi­voci: «Il movi­mento pirata è morto». Finito. Inu­tile e inu­ti­liz­za­bile. Almeno per chi non si accon­tenta di emen­dare le volu­mi­nose diret­tive euro­pee. Ma ha ambi­zioni più grandi. Più radi­cali. Parole, giu­dizi, si diceva. Che forse però assu­mono un signi­fi­cato diverso se si attri­bui­scono al suo autore: Pete Sunde. E’ ancora gio­vane, 37 anni, un volto quasi infan­tile, è fin­lan­dese ma – pur­troppo per lui, come vedremo – ha tanti amici e parenti in Nor­ve­gia e Sve­zia. Parla sette lin­gue. E’ un uomo colto, intel­li­gente. Riser­vato. E suo mal­grado è diven­tato uno dei sim­boli delle bat­ta­glie per la libertà della rete.

Sulla sua sto­ria ci hanno fatto docu­men­tari, libri, ci hanno riem­pito riviste.

Dodici anni fa, assieme a due amici – Fre­drik Neij e Gott­frid Svar­tholm – fondò The Pirate Bay, di cui Pete Sunde – @brokep è il suo acro­nimo su Twit­ter e gli altri social –– era por­ta­voce uffi­ciale. Pirate Bay è stato – fino a qual­che set­ti­mana fa, quando l’ennesima offen­siva dei pos­ses­sori del copy­right sem­bra aver avuto suc­cesso – il più grande, il più cono­sciuto, sito per lo scam­bio di file tor­rent. Pen­sato – dai pro­mo­tori – esat­ta­mente con uno scopo: con­sen­tire lo scam­bio di cul­tura, saperi, musica, imma­gini. Senza le anti­sto­ri­che impo­si­zioni dei pos­ses­sori dei diritti.

Non durò molto. Pochi anni dopo, nel 2008, una vio­len­tis­sima cam­pa­gna delle major disco­gra­fi­che e cine­ma­to­gra­fi­che portò al seque­stro dei ser­ver e all’avvio di un pro­cesso per vio­la­zione di copy­right. I ser­ver in quat­tro e quattr’otto furono riat­ti­vati in qual­che altra parte del mondo e The Pirate Bay ha con­ti­nuato a crescere.

Ma que­sta è un’altra sto­ria, che non riguarda più Pete Sunde. Per­ché lui non si rico­no­sce più nella nuova ver­sione di The Pirate Bay. Che – lo scrive nel suo blog – ha smar­rito l’anima: la bat­ta­glia per una cul­tura con­di­visa, senza vin­coli, ha ceduto il posto al sem­plice e puro com­mer­cio. Al gua­da­gno. Della vec­chia filo­so­fia non è rima­sto nulla.

Pete però con­ti­nua a pro­get­tare, a pro­gram­mare. Torna in Fin­lan­dia. Coi suoi vec­chi amici lan­cia Bay­Fi­les, ela­bora Flattr, un sistema di micro­pa­ga­menti che si rive­lerà uti­lis­simo per far arri­vare fondi a Wiki­leaks, quando Visa, Master­card e Ame­ri­can Express deci­de­ranno il «blocco» nei con­fronti dell’organizzazione di Assange.

L’anno scorso si can­dida senza for­tuna alle euro­pee per il par­tito pirata fin­lan­dese. Una set­ti­mana dopo il voto, va a tro­vare vec­chi amici in una fat­to­ria a due passi da Mal­moe. Passa il con­fine, dun­que. E lo arrestano.

Per­ché nel frat­tempo il pro­cesso sve­dese con­tro i fon­da­tori di Pirate Bay è finito. Un anno di car­cere e trenta milioni di corone sve­desi di multa. A nulla erano valse le obie­zioni degli avvo­cati che ave­vano chie­sto l’annullamento di un pro­cesso costruito sulle accuse di un agente di poli­zia, pas­sato poi alle dipen­denze della War­ner Bros., la major che aveva fir­mato la denun­cia. Resta il com­mento di Pete al momento della sen­tenza: «Non ho 30 milioni, non li avrò mai. Ma anche se li avessi li bru­ce­rei, pur di non darli agli avvol­toi del copyright».

«Non ho 30 milioni, non li avrò mai. Ma anche se li avessi li bru­ce­rei, pur di non darli agli avvol­toi del copy­right»Pete Sunde

Così è arri­vato il car­cere. Non si è fatto l’anno per intero, gli hanno con­do­nato un po’ di mesi. Ed è potuto tor­nare in Fin­lan­dia. Il giorno dopo il rila­scio era in piazza. A difesa dei migranti minac­ciati da una pro­po­sta di legge liberticida.

Que­sto è Pete Sunde. Sem­pre lo stesso. Un’icona, un punto di rife­ri­mento del movi­mento pirata europeo.

Che certo non vive il momento di mag­gior splen­dore ma può sem­pre con­tare su un’eurodeputata, su almeno sedici con­si­glieri nei Land tede­schi e molti con­si­glieri comu­nali sparsi un po’ dap­per­tutto (a Rey­k­ja­vík il par­tito pirata fa parte della mag­gio­ranza muni­ci­pale, e in tutta l’Islanda un son­dag­gio li dà addi­rit­tura primo partito).

No, Pete Sunde non è uno qual­siasi. Le sue parole pesano, il suo «cer­ti­fi­cato di morte» pesa, eccome.

Per­ché è arri­vato al capo­li­nea il movi­mento pirata? I motivi sono diversi.

Per­ché ha scelto di inte­star­dirsi sulla strada del «par­tito», con tutte le logi­che buro­cra­ti­che che si porta die­tro. Ma que­sto è solo un aspetto, forse il minore.

Conta, molto di più, quello che @brokep chiama la man­canza di una «visione più ampia». The big­ger pic­ture. Certo, gli obiet­tivi che erano alla base della nascita (in Sve­zia e in Ita­lia) dei primi movi­menti pirata sono ancora tutti validi: la libertà della rete, la lotta al con­trollo, il diritto all’istruzione, alla cul­tura. Solo che il dibat­tito su come aggre­dire que­sti temi è andato avanti. Men­tre i par­titi pirata sono «rima­sti fermi a dieci anni fa». E sulle «reti dieci anni sono una quan­tità folle di tempo».

Non basta insomma il gio­va­ni­li­smo dei loghi, non bastano gli slo­gan azzec­cati. Che dice il movi­mento pirata sui migranti? «Dice poco per­ché ogni par­tito ha una sua posi­zione». E alcuni di que­sti par­titi euro­pei ha pro­grammi non pro­prio radicali.

Che dice il movi­mento pirata sulla «guerra alla droga» dichia­rata dagli Stati? Poco o nulla. Tace. La scelta per la libe­ra­liz­za­zione non è netta, è contrastata.

Si potrebbe con­ti­nuare a lungo. Arri­vando alle domande che Sunde non se la sente di for­mu­lare. Che dice, infatti, il movi­mento pirata sulla lotta al copy­right? Si spec­chia nel docu­mento di Julia Reda, euro­de­pu­tata pirata inca­ri­cata dalla com­mis­sione di redi­gere un testo di media­zione sull’argomento? Docu­mento tal­mente blando – pieno di dero­ghe nazio­nali a prin­cipi astratti – che potrebbe essere benis­simo accet­tato anche dal par­tito democratico.

Manca la «grande visione», big­ger view, dice in un altro pas­sag­gio del suo arti­colo. Manca il corag­gio – sì il corag­gio – di andare fino in fondo nelle ana­lisi. E capire che discu­tere, affron­tare la net neu­tra­lity, il sistema dei bre­vetti, discu­tere di Tlc signi­fica fare i conti col libe­ri­smo. Col «net-liberismo». Non con un’indistinta – e un po’ banale – sem­plice arre­tra­tezza del sistema impren­di­to­riale. Signi­fica che la par­te­ci­pa­zione attiva – attra­verso gli stru­menti che pro­prio i pirati si sono inven­tati, uno per tutti Liquid Feed­Back – non si afferma se non si ha la voglia di fare i conti con la a-democrazia dell’Europa, domi­nata dalla troika.

E allora: «incendi» non par­titi. E allora movi­menti, ribel­lioni, non par­titi coi sim­boli guer­re­schi. Accen­dere, riac­cen­dere, per­ché «la piro­ma­nia è crea­ti­vità». Un fuoco stra­nis­simo quello che descrive Sunde nel suo scritto: e che addi­rit­tura pre­vede la pos­si­bi­lità di entrare nei par­titi esi­stenti, nelle for­ma­zioni di sini­stra. Per «hac­ke­rarle», scon­vol­gerle. Trasformarle.

Nella sua bio­gra­fia in pil­lole che appare su Twit­ter, @brokep si defi­ni­sce anche socia­li­sta. Non aggiunge altri agget­tivi. Certo, anche qui, non siamo davanti al solito socia­li­sta. Nel suo testo, Sunde dice di voler con­ti­nuare tutte le bat­ta­glie che ha con­dotto fino ad ora. Inven­tando per sé un ruolo da «ninja sotto copertura».

E aggiunge un’ultimissima cosa. Vuole anche tor­nare a diver­tirsi men­tre lotta. Ne sente un biso­gno impellente.

Nean­che fosse stato ad un’assemblea della lista ita­liana per l’Altra Europa.

 

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